Antonio De Lisa- Islam e rivolte sociali nel mondo digitale e nei Social: dalle Primavere arabe alla battaglia del velo in Iran

Nel 2003 il World Wide Web ha festeggiato il suo decennale. Nel 2023  il suo trentennale. Il World Wide Web è la parte multimediale della comunicazione in rete che si è sviluppata a partire da Mosaic nel 1993 sulla base delle conquiste di Internet. Si tratta di uno spazio di comunicazione planetario, variegato e orizzontale, che si basa sulla rivoluzione concettuale delle telecomunicazioni: “Siamo in presenza di un sistema di telecomunicazione se il trasferimento di informazioni nello spazio avviene mediante il trasporto di energia e non di materia” (F. Ciotti-G. Roncaglia, Il mondo digitale, Laterza 2000).

In questo studio cerchertemo di individuare il suo impatto in ambito semiotico in un contesto circoscritto al mondo islamico. Prenderemo in cosiderazione il ruolo che hanno giocato i Social Media durante tre momenti di forte tensione sociale e politica nel mondo islamico. Il primo riguarda le cosiddette Primavere arabe, il secondo le manifestazioni a Istanbul, il terzo la battaglia del velo in Iran.

Utilizzando il termine Social Media ci si riferisce a tutte le forme di comunicazione elettronica utilizzate dagli utenti online per scambiarsi informazioni, idee, messaggi personali, qualsiasi tipo di contenuto audio, video o fotografico, e creare delle community dove relazionarsi tra di loro.

Un ruolo peculiare nei movimenti di protesta lo giocano i blogger. ll blog subisce una radicale trasformazione all’inizio del XXI secolo: da interminabili elenchi di link e risorse si passa a quelle che sono oggi le vesti più comuni di questo strumento. Nel 2001 inizia la vera e propria rivoluzione tecnologica e comunicativa del linguaggio di costume. Nascono i blog come li conosciamo ora; veri e propri diari personali, spazi in cui condividere tutorial, video o immagini. I blogger diffondono notizie, immagini e informazioni difficilmente controllabili dei regimi cui sono sottoposti.

L’uso dei social in Medio Oriente, specialmente in Egitto, è molto precedente allo scoppio delle Primavere arabe. Risale perlomento al 2005, con la nascita del movimento Kifaya in Egitto, che produce una serie di blogger attivi nel contesto sociale. Si potrebbe dire che il primo ventennio del XXI secolo cambia la dialettica della dinamica sociale nei paesi musulmani, ma , come vedremo, non riesce a cambiare la dinamica politica. In un contensto socio-semiotico non si può tacere il ruolo propulsivo che i Social hanno giocato, anche se solo su un piano comunicativo.

Primavere arabe. Tutto inizia dalla Tunisia (2010)

Con la definizione di primavere arabe si definiscono le agitazione e le rivolte scoppiate a partire dal 2010 in alcuni paesi di lingua araba, come Siria, Libia, Egitto, Tunisia e molti altri, dal Medio Oriente fino al Nord Africa. Si tratta di un fenomeno complesso e delicato per comprendere gli assetti storico-politici del mondo attuale. In questo articolo tracceremo delle linee guida per capire il fenomeno e la sua rilevanza a livello internazionale.

L’inizio della rivolta viene simbolicamente fatto coincidere con il clamoroso gesto di protesta di Mohamed Bouazizi, un giovane venditore ambulante tunisino che il 17 dicembre 2010 si è dato fuoco nella cittadina di Sidi Bouzid per protestare contro le continue vessazioni da parte delle forze locali di polizia. L’episodio ha innescato numerose manifestazioni di piazza contro il dispotismo e la corruzione del regime del presidente Ben ‛Alī, al potere dal 1987. 

La motivazione dell’estremo gesto è dettata dalle condizioni di vita del giovane. Senza lavoro e senza reddito, per vivere vendeva merce abusivamente. La roba gli viene sequestrata e il giovane, oramai esasperato, decide di compiere l’estremo gesto. La notizia del gesto di Mohamed Bouazizi si diffonde soprattutto su Twitter. L’effetto è dirompente: le immagini provenienti da Sidi Bouzid fungono da detonatore del malcontento popolare, soprattutto tra i giovani e soprattutto nei Social, che è il mondo comunicativo in cui i giovani si sentono più a loro agio..

Rap come rivolta – La musica della Primavera araba e il ruolo di YouTube

Un ruolo importante lo svolge anche YouTube, sul quale vengono pubblicate le canzoni della rivolta. In sciopero della fame per protesta il rapper Mouad Belghouat, detto “El Haqued”, il rabbioso. I testi delle sue canzoni sono il simbolo del Movimento 20 febbraio, che lotta contro la corruzione

Tunisia: in memoria di Mohamed Bouazizi

Occupy Gezi Park – La rivolta di piazza Taksim in Turchia (2013)

Il 31 maggio 2013  uno sparuto gruppo di persone si raduna tra Piazza Taksim e l’adiacente parco Gezi, nello storico quartiere di Beyoğlu. Due anni prima le autorità locali avevano approvato la costruzione di un grande centro commerciale al posto del parco Gezi. La difesa del parco sarebbe rimasta limitata alla questione del piccolo parco, se non fosse stato per il pesante intervento della polizia che una sera ha addirittura bruciato le tende delle persone che si erano accampate lì. Le proteste si allargano subito a macchia d’olio in altre città e hanno trasformano la contestazione ambientalista in qualcosa di molto più grande. Dopo 11 anni la Turchia si ribella al potere di Recep Tayyip Erdogan. Le ultime virate islamiche del governo hanno aumentato lo scontento e quella che è iniziata come una manifestazione di taglio ambientalista in difesa del parco Gezi, è diventata una rivolta contro linee politiche non più “islamico-moderate”.

“The revolution will not be televised”.

Pinguini, uccellini e ballerini con maschere anti-gas: i simboli della protesta turca testimoniano la creatività dei manifestanti di Piazza Taksim. Questa è la loro risposta contro la censura dei media. Per questo molti manifesti ammonivano: “The revolution will not be televised”.

In Turchia i manifestanti parlano a nome di un’intera generazione. Le proteste però sono in un certo senso inaspettate, in un paese in crescita eceonomica Le proteste, però, si concentrano sull’indebitamento delle famiglie, sull’inasprirsi delle disuguaglianze sociali e sulla questione delle libertà civili e dei diritti socio-economici.cI laici puntano il dito sulla restrizione alla vendita di bevande alcoliche, i liberali alla mancanza di libertà nei media, i curdi per la perdurante repressione nei loro confronti.

Il ruolo di Twitter e la creatività dei Chapullers

Lo slogan “the revolution will not be televised” non è populista. Chi si trova a casa, infatti, non può fare affidamento alla televisione. Chi non ha accesso a internet per motivi geografici o generazionali fa affidamento alla televisione per le informazioni, ma non riesce a seguire gli eventi. Per citare un solo esempio, la sera del 2 giugno, mentre in piazza c’erano pesanti scontri, uno dei palinsesti più importanti del Paese, la CNN Turk, ha mandato in onda per ben due ore un documentario sui pinguini. Questo sta generando percezioni differenti tra città e campagna su ciò che sta accadendo.

Per questo i pinguini sono diventati un simbolo di “resistenza”, un termine divenuto quasi parola d’ordine e nato proprio dalle piazze turche. Su Twitter, infatti, uno degli hashtag di riferimento è proprio #direnGezi o#DirenGeziParki, cioè “la resistenza di Gezi” (senza contare poi i vari #DirenIzmir, #DirenHatay, OccupyIstanbul e #OccupyGezi). È da queste parole chiave che si possono ricavare le testimonianze e le immagini più forti delle manifestazioni. Erdoğan tiene sotto scacco il sistema mediatico grazie alla legge anti-terrorismo. Con questa legge lo Stato imprigiona molti giornalisti indipendenti e viene utilizzata per accusare di cospirazione chiunque scriva contro il governo. La questione della libertà nei media non riguarda più solo la questione curda, ma è diventata una vera e propria questione di libertà politica.

Il problema di Erdoğan in questo frangente è che i social media stanno passando tutte le notizie, immagini, video e racconti delle manifestazioni. Ecco perché il primo ministro turco tenta di delegittimare Twitter, definendolo menzognero, pieno di estremisti, “il problema più grave per la società turca”. In fondo Erdoğan sta parlando solo a quella parte di società che lo segue e lo vota, cioé la base del suo potere. Quindi le sue parole significano: “Twitter è la più grande minaccia al sistema di potere che reggo”.

La risposta della piazza a questa delegittimazione passa per una continua riappropriazione di termini, immagini e oggetti. Il 2 giugno, per esempio, è stato coniato un neologismo dopo che Erdoğan ha dichiarato di non farsi condizionare o intimidire da un gruppetto di vandali e saccheggiatori, che in turco si dice “çapulcu”. Da lì si è creato subito il termine “Chapuller” e di fare “Chapulling”, nel senso di scendere in piazza e protestare pacificamente, rovesciando totalmente il significato originario.

Anche Facebook è importante, ma ha un peso nettamente inferiore, perché moltissimi profili corrispondono a persone reali. Esporre il proprio pensiero su Facebook quindi è pericoloso. Ci sono già diversi controlli random per le strade e persino dentro le case sia della polizia sia di agenti in borghese, e spesso vengono fermate anche persone che non hanno preso parte alle proteste. Infatti, tra gli oltre 1800 arrestati e 3000 feriti ci sono anche le centinaia di persone arrestate per aver fatto “disinformazione” sui social networks.

#direnbayan: la resistenza delle donne

Cominciano a diffondersi su Twitter foto che immortalano donne che resistono: una donna di fronte ad un blindato in mezzo alla strada, una donna che resiste con le braccia aperte al getto d’acqua dell’idrante della polizia, donne coi tacchi, donne col velo, donne che si baciano, donne tirate per i capelli e a terra prive di sensi. Le donne sono protagoniste. Non mancano nemmeno su Twitter dove è subito nato l’hashtag dedicato alle loro rivendicazioni: #direnbayan, che significa “la resistenza delle donne”. La resistenza delle donne è forse tra le resistenze più delicate in Turchia.

Nonostante il tasso di istruzione delle donne sia aumentato nel tempo, e con esso anche la percentuale di occupazione femminile, lo status sociale delle donne non è ancora pari a quello maschile. Il partito di Erdoğan ha fatto pressioni per limitare il diritto all’aborto e lo stesso Primo Ministro ha consigliato alle famiglie di avere almeno tre figli. Il tutto in un contesto in cui non c’è una politica di accudimento dei bambini sensibile alle donne che non vogliono uscire dal mercato del lavoro per stare a casa. Senza assistenza alla maternità e sostegno alle famiglie, si crea un contesto ideale per mantenere l’angelo del focolare tranquillo a casa. Erdoğan strumentalizza la religione come mezzo per rafforzare il potere del suo partito”.

“Donna, vita, libertà”. La battaglia del velo in Iran (2022)

 Mahsa Amini

Il 13 settembre 2022 la giovane curda 22enne Mahsa Amini viene arrestata dalla polizia religiosa a Tehran, dove si trovava con la sua famiglia per fare acquisti, a causa della mancata osservanza della legge sull’obbligo del velo, in vigore dal 1981 (modificata nel 1983 per tutte le donne nel Paese, sia straniere, sia residenti). Dopo essere stata arrestata per aver indossato l’ḥijāb in modo sbagliato (forse considerato troppo allentato) e condotta presso una stazione di polizia, la giovane è in seguito deceduta in circostanze sospette il 16 settembre, dopo tre giorni di coma, suscitando l’indignazione dell’opinione pubblica. Proteste diffuse si estendono in tutto il paese. La voce della protesta invade Instagram e Whatsapp. Il regime mette in campo mezzi eccezionali per tamponare la protesta digitale. «Zan, zendegi, azadi»: «Donna, vita, libertà» è lo slogan urlato da migliaia di manifestanti iraniani nelle ultime tre settimane in risposta alla repressione perpetrata dalla Repubblica islamica, #iranrevolution e #mashaamini gli hashtag ufficiali delle proteste. Su Twitter l’hashtag #مهسا_امینی, #MahsaAmini in persiano, è stato utilizzato in circa 160 milioni di tweet.

La repressione di Instagram e WhatsApp iniziata il 21 settembre, interrompendo due dei pochissimi servizi di social media rimasti in Iran dal momento che Facebook, Twitter e YouTube sono già stati banditi da anni. Secondo Netblocks, un’organizzazione globale di monitoraggio di Internet con sede a Londra, “I tre principali provider di telefonia mobile iraniani Irancell, Rightel e MCI bloccano il traffico Internet dal mondo esterno dalle 16:00 alle 24:00 circa ogni giorno”, Netblocks ha definito questa modalità di oscuramento un “modello di interruzione in stile coprifuoco”: questa è la fascia oraria in cui si verificano la maggior parte delle proteste e l’azione di blocco rende difficile tutta la copertura in diretta.

La repressione digitale di questa ondata di proteste è più violenta del solito. Sembra che i blocchi contro WhatsApp abbiano avuto un impatto anche su soggetti al di fuori dell’Iran. Le persone che utilizzano i numeri di telefono iraniani +98 si sono lamentate del fatto che WhatsApp nelle scorse settimane ha funzionato a rilento o non ha funzionato affatto. La società di proprietà di Meta ha smentito l’intenzionalità dell’accaduto, ma si è rifiutata di fornire ulteriori informazioni sul motivo per cui tali numeri hanno riscontrato problemi.

Sempre più nell’ultimo decennio, il regime iraniano si è concentrato sulla costruzione di una rete nazionale centralizzata, conosciuta come Rete Informativa Nazionale o SHOMA. La rete è fortemente spinta dallo stato attraverso la pubblicità, è più economica e veloce, ma è anche sotto sorveglianza da parte del governo. Questo consente di fornire ai cittadini servizi web mantenendo il controllo di tutti i contenuti che circolano e limitando le informazioni da fonti esterne in nome della sicurezza nazionale.

Come spiega Silvia Tagliaferri in un articolo apparso sul sito “La Gazzetta del pubbliictario”: “Per il popolo iraniano comunicare con l’esterno è diventata una sfida crescente e numerosi strumenti di elusione della censura come Lantern, Mullvad e Psiphon sono in piena espansione, con milioni di utenti dall’Iran che li utilizzano. Gli iraniani hanno affrontato la censura di Internet per quasi 20 anni, sono incredibilmente pieni di risorse nel trovare soluzioni alternative, come della VPN. Una VPN, o rete privata virtuale, consente agli utenti di navigare in Internet in modo anonimo. Il 22 settembre, un giorno dopo il divieto di WhatsApp e Instagram, la domanda di servizi VPN è salita alle stelle del 2,164% rispetto ai 28 giorni precedenti, secondo i dati di Top10VPN, un sito di recensioni e ricerche VPN, per raggiungere il picco del 3.082% il 26 Settembre”.

In Iran il ruolo dei social media è stato persino superiore rispetto ai giorni delle Primavere arabe. La tecnologia e i social possono far divampare la protesta ma non costruire movimenti politici organizzati con una solida leadership capace di incidere nel contesto politico locale. Questi scorrono come un velo sul mare agitato delle proteste, ma non possono, per loro stessa natura, agire sulle grandi masse tradizionaliste o semplicemente passive o spaventate. I social sono utilizzati dai giovani dalle minoranze, dalle donne, dai soggetti più attivi e dinamici delle società musulmane. ma forse ci vorrà tempo per incidere realmente nel profondo di quelle società.

Dieci anni e poco è cambiato

A più di dieci anni dalle rivolte di piazza denominate “primavere arabe”, il mondo arabo rimane politicamente e socialmente instabile. Le cause che hanno portato ai sollevamenti del 2011 sembrano essere ancora di attualità in tutti i paesi: corruzione dilagante, crescenti diseguaglianze economiche e sociali, alti tassi di disoccupazione e sfiducia verso il futuro da parte dei giovani, che sono la maggioranza della popolazione.

L’unico paese arabo ad aver effettuato la cosiddetta “transizione democratica” è la Tunisia, dopo la caduta del presidente Ben Ali. Ma il periodo di grave incertezza economica, sociale e politica ne fa una democrazia debole, soggetta a gravi e ripetute crisi, come quella recentemente scoppiata a causa del licenziamento del primo ministro Mechichi ad opera del presidente Saied. Altrove la situazione è invariata rispetto al pre-2011 o anche peggiorata, come nel caso delle gravi guerre che hanno sconvolto Libia, Siria e Yemen.

Antonio De Lisa

Bibliografia

Osservatorio di Politica internazionale. Il ruolo dei Social Networ k nelle Rivolte Arabe n. 40 – settembre 2011

Silvia Tagliaferri, Proteste in Irana, Internet bloccato e il ruolo dei social media, in https://lagazzettadelpubblicitario.it/digital/social-media/iran/

Islam e rivolte sociali nel mondo digitale e nei Social: dalle Primavere arabe alla battaglia del velo in Iran



Categorie:B20- [SEMIOTICA ISLAMICA], W02- Relazioni a congressi di Semiotica - Reports at Semiotics congresses

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